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Escursioni - La decauville da Briotti alla centrale dell'Armisa in Val d'Arigna

 
  1. Scheda
 
  • Zona: Media Valtellina
  • Tipo: Escursione
  • Sigla: E-39
  • Periodo consigliato: primavera-autunno
  • Tempo di percorrenza: 2 ore di facile camminata
  • Partenza: Briotti località Dosso del Grillo.
  • Dislivello: percorso pianeggiante
  • Difficoltà: E (Escursionistica)
  • Bibliografia: Canetta N. ed Eliana "Il versante orobico"; CdA-Vivalda Editori, Torino 2005. Vannuccini M. "Guida al Parco Regionale delle Orobie Valtellinesi" Lyasis Edizioni, Sondrio 2002.
  • Guide e carte: Kompass 1:50.000 n° 93 "Bernina-Sondrio"
  • Informazioni locali: Dosso del Grillo (loc. Briotti) campeggio, ristorante, centro sport. Tel. 0342-48.21.52
 

Dosso del Grillo (loc. Briotti) campeggio, ristorante, centro sport. Tel. 0342-48.21.52

 
mappa di La decauville da Briotti alla centrale dell'Armisa in Val d'Arigna
  1. Percorso
 

Percorso

Nota sul punto di partenza:
Briotti località Dosso del Grillo. Briotti si raggiunge in auto staccandosi sulla destra dalla SS 38 dello Stelvio presso la località Casacce (8 km da Sondrio in direzione di Tirano) ed imboccando la deviazione per Sazzo e Arigna. Dopo circa 7 km la carrozzabile giunge alle porte di Arigna dove a gomito si diparte sulla destra la strada per Briotti. Percorrendo tale carrozzabile si seguono le indicazioni turistiche per il Ristorante Dosso del Grillo che si raggiunge in breve parcheggiando negli spazi antistanti il campetto e gli altri impianti sportivi della località (possibilità parcheggio camper).
Dal parcheggio in località Dosso del Grillo, proseguendo a piedi si imbocca una stradicciola che con un paio di tornanti si alza alle spalle a al limite destro degli impianti sportivi, immettendosi in breve sulla pianeggiante carrareccia della decauville.
Si piega a sinistra percorrendo un primo tratto ombreggiato dal bosco per poi uscire nella parte alta della frazione di Briotti.
Proseguendo sempre in piano si traversa verso oriente con splendide vedute sul fondovalle valtellinese e sull'antistante solco rettilineo della Val Fontana sorvegliato sulla sinistra (Ovest) dalle rocciose vette delle Cime di Rogneda. Gettando uno sguardo ancor più ad Ovest è chiaramente visibile l'elegante e maestosa vetta del Monte Disgrazia 3678 m dalle pendici parzialmente coperte da nevi e ghiacci perenni. Lentamente ci avviciniamo all'imbocco della Val d'Arigna o Valle dell'Armisa, lambendo piccoli gruppi di baite alcune ben ristrutturare, altre in stato di quasi completo abbandono.
Ci troviamo a camminare su una piccola carrozzabile sterrata, ma fino a non molti anni or sono qui correvano i binari della linea ferrata a scartamento ridotto.

Tralasciando alcune deviazioni sulla destra, continuiamo la marcia mentre, man mano che si procede, la carrareccia appare sempre meno frequentata dai mezzi meccanici. Un largo spiazzo segna quasi il limite naturale oltre il quale sarebbe difficile procedere anche con un piccolo fuoristrada. Il cammino s'immerge nelle verdissime e fitte selve che ammantano il fianco sinistro orografico della Val d'Arigna. In un paio di punti alcuni ponti sospesi formati da pesanti lastre di ferro consentono l'attraversamento di stretti e profondi avvallamenti; si tratta di brevi tratti che consigliamo comunque di affrontare con un minimo di prudenza, anche se assolutamente sicuri.
Tagliando a mezza costa la pendice montuosa cominciamo ad affacciarci nella Valle d'Arigna, le cui selvagge e solitarie vette cominciano a far capolino dal verde del bosco. Una volta completato il lungo avvicinamento, ecco apparire in tutta la sua maestosità la catena di vette alla testata della valle. Fra esse spiccano il Pizzo di Coca 3050 m, la più elevata vetta delle Alpi Orobie, e, alla sua destra, il Dente di Coca, ardito "spuntone" roccioso con una parete settentrionale alta oltre 400 metri. Ad inizio estate la neve che ricopre ancora in buona parte le rocce scure di queste pareti conferisce loro ancora maggiore grandiosità e fascino.
Ormai, seppure sempre molto largo, il tracciato è completamente inerbito e porta all'ingresso di una galleria artificiale costruita per ripararlo da slavine e frane.
Oltre la galleria si giunge presso un cospicuo sperone roccioso traforato da una galleria che con una breve ma suggestiva serie di scorci, sbuca nella parte conclusiva della decauville. Sull'altro lato della valle è ormai ben visibile la grande costruzione della centrale dell'Armisa ed, in breve, la decauville si avvicina ad essa per terminare presso la recinzione oltre la quale è vietato l'accesso e occorre prendere la via del ritorno.
Altri magnifici scorci panoramici ci attendono durante la marcia verso l'auto e una volta arrivati non resta che puntare decisamente verso il ristorante Dosso del Grillo.
Un altro rinomato punto di ristoro si trova molto più a valle, a San Luigi di Sazzo (Tel. 0342-482220).

  1. Approfondimento
 

Presentazione

Sicuramente, quando i tecnici, gli ingegneri e gli operai delle acciaierie FALK realizzarono il grandioso sistema di captazione dei torrenti orobici a fini idroelettrici, non avrebbero mai pensato che parte del loro lavoro sarebbe diventato oggetto di svago turistico.
Tutto ebbe inizio nel 1919, quando la Società FALK costruì una centrale in località Boffetto, allo scopo di sfruttare le acque dell'Adda per dare energia elettrica alle fabbriche di Sesto San Giovanni.
L'iniziativa fu un successo e diede il via ad una intensa campagna di captazione dei maggiori torrenti orobici che si concluse solo nel 1950.
In questo lasso di tempo la FALK costruì ben cinque grandi dighe nelle valli Belviso, Arigna, Scais, Venina e Livrio e sette centrali idroelettriche, creando un sistema collegato da gallerie e canali di derivazione che, per chilometri, si snoda nelle viscere stesse della montagna.
Per facilitare il trasporto di materiali ed operai, i cantieri, le dighe e le centrali erano collegate da una linea ferroviaria a scartamento ridotto, la decauville, che, in parte, corre su uno spalto artificiale parallelo ai canali di captazione e derivazione delle acque.
In alcuni settori la piccola ferrovia è ancora in funzione, tuttavia in buona parte è stata abbandonata, sostituita da più rapidi ed efficienti mezzi di trasporto e macchine che hanno ridotto moltissimo l'impiego di mano d'opera.
Nei tratti dismessi sono stati tolti i binari, e lo spalto dove erano posati si è trasformato in una vera e propria stradina pianeggiante che, a volte con lunghi tratti in galleria, taglia a mezza costa le Orobie valtellinesi.
Nei punti ove non è neppure utile per servire gruppi di baite o alpeggi che lambisce, la sede della decauville è andata progressivamente inerbendosi ed in alcuni casi è stata parzialmente invasa dal bosco. Tuttavia, per la sua grande facilità, e per gli spunti panoramici che offre, una volta dismessa, la vecchia ferrovia si è man mano trasformata in un classico percorso escursionistico, incontrato i favori degli amanti della "natura a portata di mano" e delle facili passeggiate. La regolarità del percorso lo rende anche adattissimo per splendide uscite in bicicletta oppure per la pratica della recente disciplina del Nordic Walking, mentre d'inverno si presta allo sci fondo escursionistico.
Per questo mese vi proponiamo la breve gita che si svolge sul tratto di decauville che collega la località di Briotti-Dosso del Grillo con la centrale dell'Armisa in Valle d'Arigna. La centrale di Armisa e l'annesso impianto furono realizzati fra il 1928 ed il 1930, allo scopo di sfruttare le acque delle valli Malgina ed Arigna, convogliandole nella presa di Forno e nei laghi artificiali di Santo Stefano.
Dalla centrale una derivazione, che corre parallela alla nostra decauville, porta l'acqua alle condotte forzate della centrale di Piateda, sul fondovalle valtellinese, che le utilizza nuovamente prima di rilasciarle nell'Adda.
Come già avrete capito si tratta di una passeggiata semplice che non comporta difficoltà alcuna e che può essere affrontata anche con bambini piccoli al seguito. Non ci sono pericoli, anche se si raccomanda vigilanza nell'attraversamento dei ponticelli in ferro che consentono di scavalcare un paio di profondi canali.
Oltre all'ambiente circostante, è sicuramente di grande attrattiva la serie di scorci panoramici che si godono lungo il percorso.

Gli impianti idroelettrici in Valtellina e Valchiavenna

La costruzione degli impianti idroelettrici in Valtellina e Valchiavenna ha una lunghissima storia che inizia non molti mesi dopo l'11 febbraio 1882, quando Thomas Edison presenziò all'accensione di 92 lampadine elettriche alla Scala di Milano. I primi impianti con generatori azionati ad acqua, diedero corrente ad opifici e officine; si trattava ancora di iniziative minuscole, ma destinate a fare battistrada al travolgente successo dell'elettricità. Già verso la fine del 1800, la luce elettrica era giunta nei maggiori centri della provincia di Sondrio, mentre nascevano le prime società elettriche costituite per sfruttare al meglio il nuovo business.
La Comacina, la Lombarda, la Cislapina, l'AEM e la FALK, sono solo alcune fra queste aziende. Di conseguenza, le opere di captazione idrica e le centrali grandi e piccole, si moltiplicano su tutto il territorio.
Inoltre i numerosi elettrodotti approntati per servire i grandi cantieri delle numerose dighe e centrali, favorirono moltissimo l'uso dell'energia elettrica in loco. Fu un periodo di grandi entusiasmi legato all'illusione di aver trovato una fonte perenne per la fame di energia della moderna società e quindi anche di enorme potenzualità economica.
Col passare del tempo, le piccole pionieristiche centraline locali furono soppiantate da impianti sempre più grandi e complessi. Dopo una breve parentesi depressiva seguita alla crisi economica mondiale del 1929 consumi e produzione di energia aumentarono costantemente con la conseguente realizzazione di altri impianti. Il periodo d'oro finiva grosso modo negli anni attorno al 1960, con il risultato che più o meno il 95% delle acque di Valtellina e Valchiavenna era sotto captazione e sfruttamento. Questo importante fenomeno industriale consentì per anni di assorbire manodopera locale, scoraggiando l'emigrazione e portando un benessere diffuso.
Pertanto l'impoverimento dei torrenti, la distruzione di molti habitat naturali e le preoccupazioni per il pericolo incombente delle dighe erano ben controbilanciati dai benefici economici legati all'idroelettrico. Tale situazione di equilibrio, sancita quasi più da un patto non scritto fra le popolazioni locali e le aziende idroelettriche che da accordi politici, venne però a perdere sempre più valore sia per l'impossibilità fisiologica di realizzare nuovi impianti, sia per l'automatizzazione di molti processi un tempo avviati e controllati dall'uomo.
Oggi un'avventata normativa ha fatto riprendere l'assalto alle ultime acque disponibili in provincia di Sondrio, agevolando la costruzione di micro centrali. Tuttavia, le mutate condizioni socio-economiche hanno ben presto portato alla reazione delle popolazioni locali che non vogliono vedersi privare delle loro ultime acque libere. La battaglia è ancora aperta ed incerta però è triste il constatare come già oggi, nonostante le normative vigenti lo prevedano, gli impianti esistenti sottraggono anche quel minimo vitale di deflusso che sarebbe necessario per mantenere la vitalità del torrente.

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